sabato 17 gennaio 2015

Complessità dell'arte, il vero dilemma esistenziale


La via principale per entrare in se stessi è il pensiero, abbandonare ogni forma di dinamismo e riconoscersi in ciò che si è. Davanti alla finestra, ad osservare le immagini della realtà mostrata come un dipinto ad acquerello, si denota un senso di inadeguatezza, di disgusto. Fuori, l'incessante rumore dei chiacchiericci cittadini, i clacson e tutte le altre sfere nemiche alla quiete. Le luci nelle case colorivano la notte dando un maggiore senso di universalità - un mondo apparentemente vero - di costumi, superficialità, ipocrisia.























Il ticchettio dell'orologio era imperterrito, come se mai il silenzio potesse avere un momento per decantare la sua struggente melodia. La stanza era adibita per la mostra d'arte moderna, dove tantissime persone portavano in gloria oggetti dalla più naturale quotidianità, mentre altri ne decantavano la dubbia qualità artistica. Ad oggi, il concetto di arte si è così dilatato da caricarsi di tutte le denotazioni di indefinitezza, da parte di critici capaci di involversi in certi intellettualismi tendenzialmente indecifrabili e a volte di parte, che mostrano la natura falsamente morale di alcuni individui.
Si poteva definire alquanto ingiusto, immorale, ipocrita, il momento in cui si dava sfogo a certe vene intellettualistiche e poi prendere il cellulare e scattare la foto e condividerla sui propri social. L'incoerenza la faceva da padrona in quell'aria rarefatta, spaventosamente angosciante, di un semplice pezzo nel gigantesco puzzle del mondo. Quando si osserva un quadro o una scultura, bisogna fare attenzione alla riflessione che l'opera stessa ci propone; l'arte stimola il pensiero di quelle, ormai poche, persone capaci di prendersi la responsabilità di ciò che dicono.

Gli estetisti come Oscar Wilde professavano l'arte come obiettivo di vita. L'individuo, padrone della sua stessa esistenza, deve indirizzarsi al fine della ricerca del piacere. Una vita in relazione alla dimensione estetica, come se si vuol immedesimare nei personaggi delle proprie opere, ovvero l'uomo che ha il dono di plasmare a piacimento la propria identità, diventando una maschera di se stesso, auto-affermandosi ossessivamente. Per la religione invece il concetto è prettamente dissimile, pur usando le stesse parole. Ogni uomo è chiamato ad essere artista, compiendo se stesso con la propria vocazione individuale. L'artista possiede in sé la divina azione creatrice di Dio, quindi crea e ne mostra le bellezze... Le bellezze che distruggono l'anima. La stessa incoerenza della religione si professa nell'espressione della Genesi, quando spiega che l'artista - nel senso specifico del termine - non possa essere comprensivo di tutte le persone, che tuttavia, hanno il compito di essere gli artefici della propria realizzazione: deve farne un capolavoro dell'arte.

La mostra era terminata, portando con sé una prorompente aria di ipocrisia. Per alcuni è stata solo l'occasione di trasformala in qualche cuoricino o pollice in su.

L'ora indicava che mancava molto all'alba, e nessuna idea poteva essere migliore di quella di passeggiare in cerca di domande a cui non trovare nessuna risposta. Non mancava di certo lo sfondo dalla dubbia qualità culturale, ovvero il classico modo perpetuo di lasciarsi alle spalle le incertezze della vita. Le feste, la vita notturna, l'ostentazione della propria bassezza in frenetiche convinzioni come l'essere ubriachi, il fumare hashish, l'essere persone dalla confusa moralità e sessualità. Agire di conseguenza dimostrando la realtà delle proprie perversioni nascoste, dietro scuse banali, ma che comunque si accettano e si fanno accettare per evitare di incorrere in dubbi esistenziali. Le varie visioni intellettualoidi di individui che cercano ossessionatamente di apparire interessanti, o il cambiare punto di vista in base alla propria remissività. Il sentirsi inetto solo perché incapaci di abbandonare l'imbarazzante vita mondana e farsi, invece, influenzare da azioni surreali solo per sentirsi a pari merito con altri per la paura di essere giudicati e criticati. Il sentirsi disorientato, annaspare nel tentativo di ritrovare dei valori perduti, quegli ideali sinceri di cui si conosce l'esistenza. Una fiera circense. L'alienazione disperata di tali individui, con la desolazione che spesso accompagna scenari di sfondo già visti, cade nel mondo delle proprie vacue esistenze. Il perenne desidero di ritrovare se stessi, scoprire dove è nascosta la propria felicità, cercando conferme in altri che sono messi addirittura peggio. Il solito passaggio dal non accettare se stessi all'accettazione, fino allo sfumare di tale io nel vuoto. Si passa dall'essere inconsapevole all'esserlo, fino poi ad abbandonare tale consapevolezza e guardare la realtà, inabissando in essa.  Una realtà fatta dai fantasmi delle proprie paure, ma che di buongrado porta alla tristezza, più che al terrore. L'esser tristi per non riuscire a far equilibrare se stessi con il mondo, con il caos, con la realtà delle proprie insicurezze. Il sentirsi soli, pur avendo tante persone intorno.



Chi non ha il desiderio di conquistare e governare le masse? La gente è un agglomerato di insicurezze che assumono caratteristiche diverse da quelle individuali. L'acquisizione di una "capacità collettiva" che non si basa sulla propria eticità, esperienza o intelligenza, ma che fa parte della massa in generale che li fa sentire, pensare ed agire in modo diverso da come farebbero abitualmente da soli. Ed è qui che la parola ha il giusto potere, la parola detta da un leader che tendenzialmente si conferma poi essere vuoto egli stesso. Le masse sono facilmente suggestionabili, prive di ragionamento, sempliciste. Gustave Le Bon diceva "conoscere l'arte di impressionare la povera immaginazione delle folle, vuol dire conoscere l'arte di governare".
Il Vaticano ormai sporco dei peccati commessi, i politici senza motivo esemplare di stare al potere, governano come idoli delle folle. Uomini di chiesa che sono più impegnati nel decidere quale sia la prossima giovane vittima dei propri peccati sopiti, più che argomentare le reali parole bibliche. Non sanno nemmeno più quale sia il proprio Dio, riconoscendo sempre più il proprio ego, messo da parte forzatamente per la chiamata del signore. Eppure si è esseri umani, egoisti e distruttivi, che cedono alle tentazioni. Il Berlusconismo con le dinamiche tipiche del neo-liberismo e dell'involuzione delle classi sociali, con la recente crisi dei ceti medi, del lavoro operaio e gli inquietanti quanto veri contorni assunti dalla povertà quotidiana. Ma anche le particolari trasformazioni culturali connesse al fenomeno della TV commerciale e pubblicitaria, la soggezione della stampa e dell'informazione giornalistica, la mancata riforma dell'amministrazione pubblica e quella di una perenne quanto longeva gestione corrotta del denaro pubblico e delle imprese medie private.

Eppure il tempo passava. Il silenzio era il nuovo protagonista della notte, che aveva come sfondo delle strade ora vuote e bagnate. Il marciapiede rifletteva ogni singola fonte di luce proveniente dai lampioni a forma sferica. Una pozzanghera d'acqua rifletteva il plenilunio, finché un passante non la distruggesse con il suo passare noncurante. Una prostituta appoggiata al muretto era immersa nei meandri profondi del pensiero. I suoi occhi decantavano un'effimera visione alternativa alla sua vita, sprazzi di bellezza che andavano vissuti per non incombere nel disequilibrio esistenziale. La sigaretta era appoggiata sulle labbra tremolanti dal freddo, il naso increspava, il fumo la rendeva come un dipinto da ammirare. Era splendida quanto illegale. No direbbe il Vaticano, è donna di facili costumi, Dio non approverebbe. No direbbe anche la classe sociale, è immorale. No direbbe l'ideale e sprezzante uomo comune, è poco dignitoso. Eppure l'ipocrisia non riesce a nascondersi bene, fornendo le basi desiderose di poter intraprendere una relazione notturna e segreta con la donna qui presente. Legalizziamola, così che potrebbe essere riconosciuto come lavoro dove le prostitute sono costrette a pagare le tasse ed aiutare la comunità. È vergognoso, eppure tutti una volta hanno fatto anche solo il pensiero di poterci andare con donne così. Tutto ciò che viene bandito dall'uso comune è oggetto di traffici illeciti come anche la droga o l'alcool, durante il periodo del proibizionismo. Tutto ciò che è illecito e segreto, attira le perversioni dell'uomo medio, che vince la sua soddisfazione andando contro i principi tabù del periodo e della società.

La notte sta morendo, facendo spazio all'alba. Il sentimento di gioia nel poter vivere l'arte delle piccole cose, come il farsi vivo del sole che illumina le strade, gli angoli bui e le tane dei topi. Finisce sempre con la morte di qualcosa. Tutta l'arte è divenuta chiacchiericcio, con piccoli momenti di appagante riflessione, poi la caduta nell'ipocrisia generale e miserabile.
Chi vuol essere felice deve dedicarsi alla ricerca sostenendola nei momenti alti e nei momenti bassi, pensando che la vita è sia dolore che benessere.

Anche io, il signor Spaventapasseri, come quasi la maggior parte dei sensibili, non mi discosto dal mondo descritto. L'arte è vita. Credo di fallito nell'aver dato spazio alle tenebrose realtà interiori, ragionando in silenzio su ciò che si è realmente: un essere umano.
L’unica mia certezza è nella fragilità. La stessa che dipinge l’alienazione del volto e la mondanità del corpo. L’apoteosi di una struggente persona sull’orlo della distruzione.



...Quando tu riesci a non aver più un ideale, perché osservando la vita sembra un enorme pupazzata, senza nesso, senza spiegazione mai; quando tu non hai più un sentimento, perché sei riuscito a non stimare, a non curare più gli uomini e le cose, e ti manca perciò l'abitudine, che non trovi, e l'occupazione, che sdegni - quando tu, in una parola, vivrai senza la vita, penserai senza un pensiero, sentirai senza cuore - allora tu non saprai che fare: sarai un viandante senza casa, un uccello senza nido. Io sono così... - Luigi Pirandello




venerdì 6 giugno 2014

Dilemma Dell'Insicurezza N° 26

Il locale era immerso in una mansuetudine invidiabile, si respirava aria docile e tranquilla. L’uomo, navigando nei pressi della scalinata di Montmartre, venne dirottato dall’incredibile pioggia scrosciante e dalla nebbia ad entrare nel locale per ripararsi. Le luci dei lampioni erano opache e morbide alla vista, la porta si lasciava alle spalle quella tempesta incredibilmente aggressiva. Si tolse il soprabito e il cappello, li appoggiò all’attaccapanni di legno faggio e si guardò in giro, sfoggiando il suo elegantissimo vestito nero che abbinato ai suoi gesti raffinati, creavano un sofisticato carisma da far impallidire. Il locale era immerso in zone buie con pochi strascichi di luce debole e fioca, che illuminavano quelle, ad occhio, comodissime poltroncine rosse che costeggiavano i vari piccoli tavoli rotondi. Il fumo nell’aere creava dei disegni artistici e si andava a fermare a qualche metro da terra, creando una nebbia che premeva ai lati degli occhi. Si sedette, si mise comodo e aspettò che arrivasse qualcuno per servirlo, era preso da una strana voglia di vino rosso. Dal palco provenivano i meravigliosi suoni della tromba e della voce di Chet Baker e della sua Jazz Band, con Almost Blue che copriva quella leggera aria malinconica e noir che si era creata. Arrivò la cameriera, con un corpo seducente e uno sguardo alla ricerca di attenzioni, di quelle che facevano perdere la testa. Ordinò del vino rosso, un Château Pétrus, la cameriera si allontanò dondolando il bacino, stretto in un attillato pantalone di finta pelle. Portò il calice alla bocca, bevve un sorso e si gustò tale opera con occhi socchiusi, immerso nel piacere e nella rilassatezza dell’atmosfera nubilosa. C’era poca gente in giro, un uomo che parlava all’orecchio di una donna, che dal vestito faceva intendere di essere lavoratrice delle strade di Rue Saint-Denis, che sorrideva maliziosamente alle probabili proposte spinte dell’uomo. Una donna però attirò l’attenzione e meritava sicuramente degli sguardi più intensi e contemplativi, a quel fascino di rara natura. Indossava un Christian Dior - new look rosso fuoco con uno spacco che faceva smorzare il fiato pure a chi, dal canto suo, era attratto dallo stesso sesso; un cappello fine, un neo sopra il labbro e un viso perfetto. La Brigitte Bardot con i capelli mori ondulati, che fumava da un raffinato fume-cigarette, la sua pelle d’avorio e faceva strage di cuori e di perversioni. Si portava alla bocca con delicatezza l’oggetto, le sue labbra sembravano accoglierlo con candore e morbidezza, il rossetto secco ne dimostrava la sicurezza e al tempo stesso la fragilità. Facevano l’amore in quel piccolo frangente di respiro, dove si scambiavano parti di loro stessi. La sua eleganza era innegabile e l’uomo ormai ne era perso, la sua ammirazione verso la dea sembrava non placarsi e dentro di sé la voglia cresceva maledettamente. Nel silenzio forzato, l’unico suono è il respiro di lei, il suo corpo irradia morbidezza assoluta e la sua pelle emanava il delicato Chanel n°5. Il cuore cominciò a martellargli in petto, il sangue si rimescolava veloce, dentro di sé, voleva sfamare il desiderio di passione.
Tutto rallentò vertiginosamente e si scolorì, dando un tocco Noir et Blanc. La cameriera versava dell’ulteriore vino in quel calice, cercando invano l’attenzione dell’uomo, mentre alla donna veniva servito il classico Dry Martini. La splendida canzone continuava la sua scalata verso la fine, i suoni si articolavano per accompagnare i suoi gesti e nei torbidi pensieri dell’uomo, accompagnavano la rinascita del piacere. Le sue dita avide di calore, i suoi occhi rapiti dal meraviglioso panorama della nuda schiena di lei, giocavano con quelle curve per accrescere la passione. Due mondi distinti, il pensiero e la realtà di quell’uomo. Si era creato un dualismo, una parte di sé si era dimostrata sciocca mentre l’altra è in attesa di abbandonarsi alla voluttà dei sensi. I suoi occhi ammiravano, la sua mente agiva, la sua immaginazione fece visita alla perversione, tutto il lato sensibile era diviso tra le due cose, che spaziavano veloci tra loro e mandarono l’uomo in uno stato catatonico di dubbi e insicurezze. L’uomo era l’uomo, l’animale era l’animale. Perdeva il controllo di sé e questa cosa lo infastidiva, ma il desiderio era troppo forte. Il rumore del letto e degli ansimi iniziò a divenire sempre più reale, gli occhi ormai non sapevano più quale fosse la realtà o l’immaginazione. La canzone finì, Almost Blue era stata la colonna sonora di quella assoluta manifestazione di debolezza. Si alzò di scatto e il calice si rovesciò, bagnando e sporcando la tovaglia di seta, che dal neve, passò ad un colore rosso sangue. Nemmeno quello attirò l’attenzione della dea, ancora lì, ferma a fare l’amore con il fumo intorno a lei. Improvvisamente, un grande applauso di quelle poche persone per l’arte che scaturiva quel l’uomo sul palco, mentre la cameriera sistemava il disastro del nostro uomo, che in preda alle proprie debolezze, decise di prendere il soprabito e scappare via, nella tempesta di pioggia. All’interno trovò un numero di telefono, che apparteneva sicuro alla seducente cameriera, che in quei quindici minuti cadde in preda alle sue di debolezze, persa nel fascino del nostro uomo, persa nei suoi gesti delicati.
Quando la porta si chiuse alle sue spalle, la donna con un battito di ciglia lento, passò lo sguardo a quella porta ormai chiusa, smorzò un sorriso tenue e sottile. Aveva vinto, poteva segnare l’ennesima preda sulla sua frivola insicurezza. 


"Tutte le persone affascinanti hanno qualcosa da nascondere: di solito la loro totale dipendenza dall'apprezzamento degli altri."


domenica 30 marzo 2014

Dilemma Dello Schizofrenico: D

Le luci si affievolirono e il pubblico diventò quasi invisibile, a malapena si udiva qualche chiacchiericcio. Cosmo entrò in scena, nella sua tenuta mascherata, con un passo flebile, armonioso e danzante. Indossava abiti dai colori mischiati, un gilet metà verdi a quadretti blu e l’altra metà blu a quadretti verdi. Un pantalone molto largo color viola perlato con tasche pieno di oggetti di scena dentro. Le scarpe erano classiche, ma rese colorate e malridotte per fare scena, nascondevano degli elastici per rumoreggiare ad ogni passo e far in modo che la gente ridesse del suo modo di muoversi. Aveva un viso tondo e strano, che mascherava con del trucco bianco che sembrava la neve candida, la bocca di un blu mare che segnava il grande sorriso con un contorno nero per definire il tutto in meglio. Aveva messo un rossetto dello stesso colore del trucco, così che qualsiasi forma avesse preso il suo viso, dimostrava sempre quel gran sorriso artificiale e anche decisamente finto. Il naso rosso a palla che se premuto faceva un allegro fischietto, un trucco nero attorno agli occhi da cucciolo che aveva, lo facevano rassomigliare ad un panda e mettevano i risalto i suoi occhi verde bottiglia che con la luce sembravano splendenti, ma che in realtà nascondevano una lieve malinconia. Lo spettacolo era nato per costruire sorrisi e risate sulle facce delle persone e si servivano di Cosmo perché lui riusciva a rappresentare ciò che in realtà avrebbe voluto anche lui stesso. Sorridere.

Lo spettacolo finì, le luci abbandonarono il teatro e un applauso degno del più grande costruì un suono che allietarono l’animo di Cosmo. Quasi si sentiva il vento che le mani creavano nel loro muoversi prima di emettere il suono più importante in quel momento. Era lì, inchinato degnamente, ad ascoltare quel suono che per qualche attimo avevano dato aria alla sua malinconia, ma durò poco più di qualche minuto. Tornò nel camerino, uno stanzino piccolino con un grande specchio pieno di lampadine a farne da contorno. Era parecchio in disordine, c’erano tanti vestiti di scena sparsi lì buttati per riprenderli subito e indossarli prima di ricominciare a vivere un nuovo attimo. Il signor Spaventapasseri, il signor Tenebra, l’umile musicista, l’affascinante principe e tantissimi altri che si aveva difficoltà a contarli. Una lampadina intermittente, lo specchio con qualche crepa all’interno. Tutto sembrava già sfruttato da molto tempo, c’era qualche granello di polvere qui e là e un phon, per acconciarsi i capelli biondi e mossi ogni qualvolta doveva entrare in scena. Iniziò a struccarsi, perché doveva cambiare scena e personaggio, e nel mentre notò che il suo occhio da verde diventava oscuro e pieno di odio. Chiuse gli occhi e provò ad entrare nel suo essere, nel suo mondo vero.
Si trovò in una stanza bianca senza fine, decisamente illuminata, tanto che i suoi occhi dovettero abituarsi prima qualche minuto e poi riprese a vedere. Il giovane non immaginava che cosa gli altri avessero in mente, ma lui aveva già deciso di rinunciare e tornare indietro. Intuì che qualcosa stava accadendo, qualcosa di strano stava capitando. Oltre l’immaginazione. Qualcosa che sa di già visto, già sentito, qualcosa che c’è sempre stato ma se ne rendeva conto solo in quel momento. Un uomo non può farsi travolgere da cose astratte, deve scovarle, capirle e combatterle. I motivi per cui Cosmo cambiò idea e partecipò a quell’impresa erano meno evidenti di quelli che sembravano. A quello sguardo così deciso, il signor Spaventapasseri, il principe, e tutti gli altri si precipitarono a fermarlo nella sua furiosa decisione. Di lì a poco li avrebbe uccisi e distrutti tutti quanti, ormai futili, privi di senso. Finalmente qualcosa si mosse dentro di lui, una forza repressa che era quella del suo animo, così forte che davanti ai suoi occhi tutto si stava autodistruggendo. Le mura volavano via trascinate da un tornado potente, il pavimento ondulava forte e si spaccò in tantissimi pezzi. Il suo sorriso inquietante rimase immobile e i suoi occhi impassibili non sbattevano le palpebre, perché dentro di lui qualcosa era cambiato. Finalmente.

Un corridoio completamente buio, gelido e spaventoso. L’accendino verde era l’unica fonte di luce e mostrava le pareti bagnate e piene di edera, a terra c’è dell’acqua ormai pesante e densa di fango. Faceva fatica a camminare, le sue scarpe erano poco adatte, ma erano più deboli della sua forza in quel momento, decisa più che mai nel suo intento. In fondo, una porta che per aprirla bisognava tornare un attimo bambini, riscovare la bella spensieratezza, perché lì dentro si nascondeva qualcosa che lui aveva perso da tempo e che si era rinchiuso in quel luogo molto remoto per stare lontano dal dolore e dalla paura. Da bambino Cosmo andava sempre in giro vestito da supereroe, Batman e Spiderman erano i suoi preferiti e indossava sempre queste maschere per nascondere se stesso e mostrarsi più forte agli altri. Aveva già paura, tremenda paura di come col tempo la cosa si sarebbe evoluta nel modo peggiore e lui, angelo tenero e buono, sarebbe scomparso nei profondi meandri di quella tenebrosa paura. Prima però era spensierato, un bambino come tanti. Salutava tutte le persone che camminavano con un dolcissimo buongiorno, anche se non le conosceva. In quei momenti era sereno e felice e nel ricordarlo, qualcosa si attivò dentro di lui. Era la voce di un bambino così felice e sorridente, senza il minimo pensiero. Un sorriso si smosse e la porta si aprì. Nel buio più totale, c’era un solo angolo illuminato. Lì una capigliatura bionda era seduta con la testa tra le gambe, chiuso a riccio, tremolante e spaventato. Pieno di graffi, ferite, era pallido, occhiaie enormi, era orribile, spaventoso, incredibilmente inquietante. Cosmo sente una fitta forte nel petto, un dolore che lo stramazza a terra in preda ai lamenti più feroci. Il ragazzo pallido si stringe ancor più le gambe, con singhiozzi forti e profondi. Tempo prima era un angelo bellissimo buono e senza odio, ora invece eccolo lì, rinchiuso nella sua stessa paura. Cosmo stramazzato a terra perse i sensi, iniziò a sognare un mondo completamente diverso da quello in cui viveva. Tornò ad aprire gli occhi e lì davanti a lui, c’era un pagliaccio steso a terra, completamente sporco di fango. Aveva freddo e si raggomitolò quasi arrendendosi.

Uno sguardo alla porta più in là, il signor spaventapasseri era sulla soglia e aveva visto tutta la scena. Cosmo si alzò di fretta, calpestando la mano del povero pagliaccio e correndo verso la porta con furia, mentre il signor Spaventapasseri chiudeva e si lasciava alle spalle la stanza, ancora una volta pronunciando qualcosa. L’ennesima. Un grande tonfo e tutto tornò buio.

<<Sei anche tu una maschera.>>

Un profondo applauso invase la stanza. 



Interludio profondo.

Ogni attimo, ogni momento..
Un sorriso falso si prende gioco di me..
Non puoi capirlo tu che di me ti nutri..
Non percepisci la profonda malinconia..

Ne puoi vedere la tristezza?
Ne puoi mostrare la tirannia?
Mi dite di sorgere e mostrare la luce..
Ma come sole sono ormai spento..

Come può un bruco saper volare..
Se prima il suo bozzolo non si schiude..
Ma è lì da tempo immemore..
Mi correggo, è spaventato..

Potrei muovere la luna..
Disegnare stelle..
Ma del mio sorriso e del mio fardello..
Non sono più gravido..

Tutto ciò che è profondo ama la maschera, e le cose più profonde nutrono addirittura odio per quel che è immagine e somiglianza. 

martedì 12 novembre 2013

Dilemma del Moralista n° ?

Pareti di un delicato color crema, ornamenti fiabeschi fatti con gesso di prima qualità, illuminata da una moltitudine di candelabri antichi, la stanza vezzeggiava agli occhi dei presenti, un Principe di una famiglia nobile di alto bordo e due giovani serve africane. Il principe se ne stava sempre seduto, volgendo lo sguardo ad una delle due serve, di cui il corpo sembrava fosse arte pittorica del grande William-Adolphe Bouguereau. Quando udì spalancarsi la porta alle sue spalle, si voltò leggermente per dare un’occhiata alla donna che entrava, e notò che fosse la figlia della famiglia nobile francese ch’era promessa sposa, a lui, che desiderava principalmente dare adito alle fantasie erotiche e puramente animalesche che albergavano nella sua mente. Non disdegnava affatto la sua sposa, giovine fanciulla nobile, origine francese, dai capelli color oro e un corpo sublime, sembrava esser uscita dall’opera Un bar aux Folies Bergère di Édouard Manet. Si fermò sulla soglia, esitando, aspettando un gesto da parte del suo fedele sposo, il principe, il quale invitò la fanciulla a sedersi. Ella, con passo danzerino, si avvicinò al divano, fatto di legno massello, cuscini in piuma morbida, tessuto imbottito e rivestito di uno splendido color oro. 
La serva si avvicinò con passo felpato, aiutò la nobile fanciulla a togliere il soprabito, ancora umidiccio per la pioggia e il temporale che devastavano il lato esterno di quella quiete, accompagnata da musica classica che ricordava vagamente Lo schiacchianoci di Tchaikovsky. Il giovane principe scrutò la splendida serva prima di dirigere lo sguardo alla sua amata, che salutò con un fine baciamano, facendo arrossire la fanciulla. I due scambiavano affascinanti sorrisi, la fanciulla irraggiava soddisfazione e annuiva compiaciuta ad ogni singola parola che proferiva dal carisma del principe, mentre questi si alzò e prese qualcosa da bere, cercando di non distogliere lo sguardo dal corpo della serva. Aveva una gran voglia di guardarla nel suo unico splendore e possederla, ma temeva che la fanciulla sua sposa se ne accorgesse. Versò due calici di vino rosso, per accompagnare la musica e il corteggiamento per la sposa, che si limitava solo a ricavare vita dal sorriso del principe, di cui lei, ormai era completamente persa. Assisteva silenziosa alla conversazione dei due, la giovane serva, si congedò con un inchino e si allontanò, mentre il principe era assorto nei scompigli mentali del suo essere animalesco e ascoltava in silenzio mentre la nobile fanciulla esponeva confusamente vari pettegolezzi di corte, reagendo soltanto ad uno sporadico sorriso e cenno di assenso. Aveva seri dubbi su come comportarsi, l’essenza della sua morale era la nobiltà, la tenacia, la forza, con cui ciò che è utile è bene. Si scusò con la fanciulla, dichiarando di aver un bisogno corporale e si alzò e allontanò dalla stanza alla ricerca non di un bagno, ma della giovane serva. 
Quando raggiunse la stanza, trovò la porta aperta e nessuna traccia di occhi curiosi, così vi entrò e bloccò la serratura, portando con sé la chiave d’ottone, infilata nella tasca della giacca. Fece una frettolosa perlustrazione per la stanza, ma la serva sembrava introvabile, finché non udì un leggero cigolio nella stanza adiacente dove si precipitò come un forsennato. La stanza era quasi buia, illuminata solo dai lampi che assalivano le finestre e le mura, si nascondevano pochi mobili antichi e deteriorati dal tempo, un letto piccolo e mal ridotto che dava poche gioie alla schiena della serva, che nel contempo, era lì impaurita e silenziosa, ma bella ed eccitante. 
Essere dalle mille sfaccettature, posseduto dal singolo pensiero animalesco. Preludio delicato, misero, quasi inesistente della sua voce. Generalmente attratto da tutto e da niente, il suo cervello iniziò a tempestarsi di quelle immagini crude, violente, ma che avevano aperto le porte dell'amore, della passione. La povera serva era di una maliziosa quanto innocente espressione di confusione che cercava di dare messaggi ambigui delle proprie sensazioni. Il suo desidero frivolo lo faceva sentire forte, gli dava la possibilità di essere decisamente superiore a lei e di farne ciò che voleva, infondo, la povera non aveva mai avuto possibilità di esprimersi, in quanto giovane. Il suo profumo lo inebriava e la sua piloerezione era così morbida da sembrare leggera piuma, delicata. Era febbrilmente eccitato e preso di passione, voleva dargli dimostrazione di ciò che potevano fare le loro carni, così cercò di possederla. La serva inizialmente contrariata, diede piano l’approvazione al proprio animo, contrariato dalla moralità del Ressentiment. Sentiva il suo godimento come la nona sinfonia del Ludovico Van, la trasportava in audaci ed imperterrite urla di passione. La luna si trasformò nel satellite più bello che abbia mai visto, e tutto intorno a loro cambiò. Il temporale s’interruppe improvvisamente, tutto trovò pace. L'innocuo sorriso scomparve e al suo posto si esibivano smorfie nervose di sconosciuta entità, il Principe, vezzeggiava attentamente il suo corpo, cercando i punti precisi per dare il giusto epilogo. Ormai di fronte aveva solo un ammasso di carne, un essere antropomorfo dalle bellissime curve. Di lì a poco sarebbe tornato dalla fanciulla sua sposa, a pre-configurare una nuova sinfonia, diversa da quella anzitempo prevista e da poco consumata. Portò alle sue labbra il calice di vino, fresco, bevve, smaliziando la giovane con un nuovo sorriso. La sua anima era andata via, boccheggiando leggere particelle di ossigeno. Era libero, finalmente.

sabato 13 luglio 2013

Dilemma Dello Schizofrenico: S


«No signor spaventapasseri, non ho alcun intenzione di rovinarle la sua giornata di lavoro, sa, ho anche io delle innumerevoli cose da fare» e così si concluse la particolare conversazione di Cosmo. Tutto è iniziato dalle 3 del mattino, che non riusciva a dormire a causa di una sporadica quanto viscerale tristezza, pensando al tremendo senso di solitudine che affliggeva il proprio essere interiore; qualcuno che camminava nella strada con enormi stivali, uccideva il silenzio che arieggiava in quella stanza completamente priva di rumori. Cosmo sente precipitare qualcosa dentro di lui, si alza di scatto e si poggia le mani sul viso per sentirsi ancora pienamente se stesso, per poi addormentarsi improvvisamente. Incubi di una straziante angoscia l’hanno accompagnato durante la notte del freddo plenilunio, l’esofago otturato di paura e l’anima colpevolmente frammentata. Il Mattino dopo il sole illuminava una stanza a tratti vuota, anche se non c'era spazio per le innumerevoli cose, il ragazzo apre gli occhi e sospira, con una naturalezza tale da sembrare sveglio con le sole palpebre abbracciate dolcemente. Come sua abitudine, Cosmo trova nel soffitto il giusto antidolorifico, un farmaco a volte pericoloso per le sue profondità, a tratti nostalgico, forse la miglior cura per mali sconosciuti. «Chi sei tu?» era la tenera voce interiore dell'innocente protagonista «Sono il Cosmo.. credo»  risponde con sporadica allusione al suo ego che si sentiva, al contempo, l'imprevedibile complesso del momento. Il bianco infinito mette in mostra le innumerevoli possibilità di pensiero, ma vi erano solo punti interrogativi a volte anche astratti, colpevoli di tale mancanza di senso. La figura lì presente però aveva un ché di interessante, era di un'altezza media e dal sesso femminile, una figura retorica del dubbio esistenziale, peculiarità di Cosmo, la cui paura era la fantomatica solitudine. L'universo cambia la propria linearità diventando teneramente astratto, anche se per tutti, era la pura e semplice normalità, non per Cosmo ovviamente, che si vede costretto ad adattarsi ogni volta a questi improvvisi cambiamenti. «Perché a me?» era la domanda che più affliggeva tale opera di ordinaria follia. Ecco il prato, i corvi e la terra del grano, il signor spaventapasseri era impegnato nel suo lavoro quotidiano, decisamente monotono e privo di senso, Cosmo lo guarda con una certa invidia, di chi, come lui, sentiva il reale bisogno di capire cosa fossero quei torbidi pensieri. Il signor spaventapasseri non rispose e non si mosse a nessuna delle sue occhiate, quasi contemplava il vuoto. No, guardava il mondo con altri occhi. «No signor spaventapasseri, non ho alcun intenzione di rovinarle la sua giornata di lavoro, sa, ho anche io delle innumerevoli cose da fare. Ho intenzione di guardare il mondo, le persone e me stesso, ho intenzione di sentirmi di nuovo vivo. Mi scusi signor spaventapasseri, non volevo disturbarla» con questa frase, si allontana dal campo scomparendo nel buio che si avvinghiava dopo lo splendido tramonto. Cosmo era l'impeccabile e incalcolabile senso di tutto, tenebroso, folle, sporadicamente simpatico, sconosciuto, misterioso e particolarmente inverosimile, un'ombra. Cosmo era tutto, Cosmo era il nulla. L'alba si levò sull'isola del manicomio mentale, nebbiosa e pallida, di un grigio molto simile all'alluminio; nel cielo turbinavano enormi e possenti nuvole oscure. Cosmo si era da poco vestito e aveva fatto colazione lampo mangiando un tenero e morbido pasticcino fatto in casa, quando cominciò a piovere; uno spruzzo di pioggia divenne un terribile temporale, che martellava il tetto e le finestre della sua abitazione. In lontananza, i tuoni rombavano in lunghi quanto potenti boati che scuotevano il posto. «Non sarà facile attraversare questo temporale» pensò tra se' e se' Cosmo, alquanto curioso di mettersi alla prova come nel buio del giorno prima, di cui ricorda solo il favoloso tramonto color rosso fuoco. Avvinghiato al suo lungo e nero mantello, vestito di calda lana soffice e stivali di cuoio, s'incamminò all'esterno, sperando di trovare il nulla, l'effimero e il paradossale di quella che lui definiva "Attimi di vita". Il Saggio sedeva lungo una delle rocce laviche del posto, la sua figura era pressoché inquietante; lungo mantello scuro che lo copriva in tutti i punti del suo essere. Sembrava il tristo mietitore, gli mancava solo la falce e qualche anima persa nei meandri dell'infinito trapasso. «Oh giovane Cosmo, dove ti porta il sentiero questa volta?»
«Non esiste nessun sentiero, non esiste nessuna strada, non esiste nessun Cosmo»
Accigliato, il saggio ribatté «Il tuo nome è dovuto pur a qualcosa, devi scoprire dentro le viscere del tuo cosmo la pura realtà».
Un cenno con la testa e si allontanò, piano.
Continuò imperterrito attraverso la pioggia battente giù per i sentieri fra i boschi che costeggiavano i confini dell'isola, sperduta in un qualche continente sconosciuto ed inesistente facente parte del proprio cervello. Riuscendo a malapena a mettere un piede davanti all'altro in quella terra ormai inzuppata, il giovane continuò la ricerca di quella via d’uscita dal bianco infinito, ormai preso come un prigioniero. Immagini frammentarie di ricordi, momenti, sensazioni comparivano e scomparivano lungo il cammino, come se fossero allucinazioni, come miraggi attraverso la foschia che dopo attimi, li inghiottiva nel nulla. La pioggia, portata da un vento potente, gelido, lo schiaffeggiava facendogli perdere l'equilibrio ogni volta, ma il suo obiettivo era decisamente superiore in quel momento. Nulla lo fermava. Gli stivali affondavano nelle pozze e nei ruscelli che si formavano davanti a lui mentre percorreva il campo di grano del signor Spaventapasseri, che era sempre nella stessa e identica posizione, immobile, fermo e con il viso che mostrava lo stesso sguardo di sempre. Era l'unica cosa normale in quell'universo.
«Cosa rappresenta lei nella mia testa? Signor Spaventapasseri, io le sto facendo una domanda seria e potrebbe quantomeno fare un cenno!»  Il signor Spaventapasseri rimase immobile, nella sua tetra e inquietante forma.
«Sto cercando di capire chi sono in realtà, cosa mi turba e cosa mi fa sentire così diverso da lei, che forse è la più intelligente e sicura immagine di me. Lei non è altro che me, quello che ormai è rimasto bloccato in questi torbidi e spietati meandri della mia.. Mi scusi signor Spaventapasseri, nostra mente. La libererò, prima o poi, conti pure su di me..»
Si affiancò a lui, seduto ad osservare il nulla. Per un attimo, solo per un semplice istante, i suoi occhi si aprirono veramente e lì davanti a lui vide una distesa di grano, tante speranze e innumerevoli possibilità. Benvenuto, Cosmo, attento con quell’ascia, le stelle stanno urlando ad alta voce.


"La mente è una specie di teatro, dove le diverse percezioni fanno la loro apparizione, passano e ripassano, scivolano e si mescolano con un'infinita varietà di atteggiamenti e di situazioni." 

lunedì 15 aprile 2013

Dilemma Temporale n°41

Era una notte nuvolosa, l'illuminazione del satellite era fioca e accentuava il grigio di quelle nuvole. Un'ombra di gelo pervadeva l'aria della sera, delle luci blu cobalto si alternavano creando una misteriosa armonia del tempo. E' una barella quella che mi porta, lo si capisce dai fischi che tormentavano le mie povere orecchie. L'odore nauseabondo della preoccupazione, della freddura di questi silenzi, dei corridoi ospedalieri creava dentro di me una voglia matta di lasciarmi all'oblio e abbracciare il delicato sonno che tanto mi stava chiamando. Mi giro su un lato del cuscino, morbido e bianco, all'interno sembrava esserci tante piume d'oca, soffici. Di fronte a me avevo un orologio grigio, le lancette erano bianche come le tacche che dividevano i secondi a cinque alla volta. Segnava le 22:11 esatte, il doppio dei minuti formavano le ore. 
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Il sole tramontava già tra le profondità delle colline, di un verde bellissimo, molto fine e rilassante, il cielo era di un rosso serale, qualcosa di spettacolare a mio avviso. Mi avvicino stancamente al letto, poggio tutto su una sedia lì accanto, tremolante mi butto sul letto. Non è la mia stanza questa, le pareti sono di un giallo canarino, un colore orribile, che odio tantissimo, il soffitto è bianco ma con singolari deterioramenti dovuti agli anni passati. Il letto è più alto del solito, ed è duro a differenza del mio. Senza ulteriori problemi, inizio a contemplare il soffitto, sperando di capirci qualcosa. Guardo dalla finestra e noto il sorgere del sole, la bellissima ebrezza mattutina, di un colore leggero. Torno al soffitto e improvvisamente suona la sveglia. Sono le 12 del mattino, così mi alzo e mi dirigo in cucina per preparare il pranzo. Nel mobile trovo una pentola senza una maniglia, vecchia, una di quelle che sembra essere stata regalata alla nonna quando si sposò. Cucinato, mangiato e digerito, sono le 22:10 e noto che non c'è la lancetta dei secondi nella sveglia, ma solo quella dei minuti che è molto veloce e quella delle ore che pure non scherza. Ho sempre pensato che sia una sveglia strana, me la regalò un mio zio che ora morto, mamma diceva che suo fratello non era tanto normale, e il fatto che questa sveglia me l'abbia regalata lui è tutto dire. Fatta d'acciaio con lancette di plastica, tutta bianca all'interno. E' triste, molto. Meglio che vado a letto. 
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Abbandonerò il tepore del letto per vestirmi in fretta nel freddo umido dell'aria mattutina. Il silenzio regnerà nella lunga costruzione della giornata, che si presenterà distruttiva, arrogante. Mi vestirò come faccio tutti i giorni per andare a lavoro, giacca, cravatta e calzini di un qualunque colore unico. I pensieri ritorneranno all'interrogativo iniziale: perché è successo? guidai ubriaco quella sera e ho fatto quel brutto incidente che mi porterà al coma. Mi sveglierò anni dopo con l'intento di capire quanto tempo sia passato. Guarderò la sveglia del letto e troverò ancora la stessa ora di sempre? Magari saranno le 22:12. Mi sveglierò.
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Mi stirai, sospirando profondamente. Fuori, stava già albeggiando ed ero già in ritardo per il lavoro. Udii mio padre borbottare qualcosa al mio correre avanti e indietro a cercare dei calzini dal colore unico ma uguale, ma abbandonai l'idea di sapere quale fosse il suo problema. Ero pronto per andare a lavoro, ero vestito di una giacca grigio topo con toppe sui gomiti, non potevo permettermene una nuova con ciò che guadagnavo, una camicia nera senza un bottone perché mi portava fortuna e quel giorno avevo da chiudere un contratto importante, mi serviva tutta la fortuna possibile. Andai nel cortile e presi la mia auto, precipitando come un pirata nel traffico per guadagnare tempo, già, se solo ne avessi di più, di tempo. La persona del contratto non venne all'appuntamento, guardai l'orologio ed erano le 11:22, pensai tra me e me che le ore erano la metà dei minuti. Mi venne questo pensiero strano, è la prima volta che mi capita. Squillò il cellulare, era Alfredo che mi chiese di andare al Pub quella sera e farmi una birra con lui e gli altri, accettai, senza pensarci troppo. La giornata di lavoro terminò senza nessun contratto, senza niente. Mi precipitai al pub perché ero in ritardo, erano le 20.15 e l'appuntamento era 15 minuti prima. Il Pub si presentò bene, era la prima volta che lo vidi; all'entrata mostrava un accoglienza di tavoli a sedere, gente che parlava e sparlava, c'erano alcuni che attirarono la mia attenzione, una coppietta. Lui era un nerd con la faccia da topo, le orecchie a sventola e alcune lentiggini sul viso che quasi nascondevano gli zigomi. Lei una ragazza affascinante che mi sembrò fin troppo annoiata, e cercava di affogarsi con quella birra, pur di andarsene prima. Forse non era una coppietta, ma un'amore nato sul web. Ci sedemmo al bancone, alto al punto giusto, di un legno armonico. Gli spillatori prendevano direttamente dai fusti che stavano sotto, ma il fatto che si notasse, era una novità. Bevemmo tantissimo e parlammo di tante, forse troppe cose. Alfredo era meno ubriaco di me e mi chiese se poteva guidare lui al posto mio, ma ero così voglioso di sfrecciare che me ne andai senza di lui, dimenticandomi che dovevo dargli un passaggio. Ubriaco fradicio, non accesi le luci di posizione e capitai in una strada buia tenebrosa, oscura. Alberi nei lati, sembrava una foresta uscita dal nulla. Uno schianto improvviso, mi irrigidii, sentii quel suono che era sinonimo di tutte le cose terribili della vita, reali o immaginarie, sentito qualche millesimo prima di un profondo dolore fisico. Un uomo sconosciuto mi disse che sarebbero arrivati entro 10 minuti esatti, e prima di crollare ancora, guardai l'orologio dell'auto, segnava le 22:01.
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Aprii gli occhi e vidi Alfredo di fronte a me. Era invecchiato molto. Gli ricordo della serata fatta qualche giorno prima e lui sorride, dicendomi che era bello rivedermi. Rividi l'orologio grigio a tacche bianche, portava le 22:13 esatte.

...Il tempo non esiste, è solo una dimensione dell'anima. Il passato non esiste in quanto non è più, il futuro non esiste in quanto deve ancora essere, e il presente è solo un istante inesistente di separazione tra passato e futuro...

domenica 23 dicembre 2012

Dilemma Del Paranoico n°3

Fissava intensamente il giovane, e i suoi occhi profondi percorrevano veloci i tratti riflessi. Non ebbe difficoltà a notare qualcosa di particolarmente strano: non si riconosceva per niente. Le orecchie si intravedevano, nascoste in parte dai capelli biondi, le sopracciglia che sembravano dimostrare naturalezza e il naso più pulito del solito. Lesse timidezza e onestà, intelligenza e coraggio in quel viso. Decisione nei penetranti occhi verdi bottiglia.. Coraggio che si diffuse in una vampata di rossore in quei lineamenti innocenti. Per un attimo stentò a crederci, intimorito da quell'immensa, cupa apparizione precedente nel riflesso, e provò inspiegabilmente la sensazione di essere in trappola, ancora una volta, dai suoi pensieri. Si interruppe di colpo quando vide quei lineamenti farsi improvvisamente tesi per l'ira, le sopracciglia inarcarsi, e scintillare gli occhi profondamente infossati. Preoccupato cerco di capire cosa stesse succedendo. Sembrò combattere contro una furia scatenata che saliva dall'intimo, per un attimo ebbe la precisa sensazione di morire strangolato da quei tentacoli enormi e viscidi che gli serravano spasmodicamente davanti al volto mentre il riflesso lo squadrava senza nascondere il proprio odio.
Indietreggiò frettolosamente ed inciampò in un angolo, sommerso dalla paura. Desiderava con tutto il cuore di sprofondare o svanire, evitare quello sguardo così deciso, così forte... Tanto sopraffatto dal terrore da non riuscire a parlare, si ergeva contro l'accusatore, tremando e sperando di poter tornare a stare tranquillo.
Sussultò ancora, rendendosi improvvisamente conto che quell'essere attaccava deliberatamente. Sospirò più volte cercando di calmarsi, sospiri così forti che per alcuni istanti gli si annebbiava la vista. Si calmò e lentamente si sedette in quell'angolo buio, lo sguardo ancora inchiodato su quel volto tenebroso. Pronunciò qualche parola, poi la sua voce si smorzò improvvisamente in uno stanco mormorio.. La paura lo aveva presidiato nell'intimo delle sue debolezze. Cercò inesorabile una via d'uscita, una luce che lo guidasse a vincere questa battaglia ormai persa dall'inizio, secondo il suo carattere ancora debole e poco assuefatto dalla paranoia. Si abbandonò lentamente alle gelide piastrelle respirando affannosamente, chiuse gli occhi cercando di non vedere, si liberò del pensiero che lo tormentava. Per alcuni gradevoli istanti, il suo cuore si calmò e ricominciò a battere in modo naturale, la presenza tenebrosa e le pesanti paure furono sommerse dal  profumo fragrante della libertà che aveva ritrovato. La luce. Sorrise, assorto nei pensieri che era finalmente riuscito a creare, nuvole scure si allontanarono e quella luce torno a brillare, ancora una volta. Di colpo smorzò il sorriso, guardando quel riflesso con faccia decisa, coraggiosa. Sarebbe successo ancora, ma lui, a muso duro, avrebbe vinto ancora.